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La partita. Il romanzo di Italia-Brasile

Questo non è propriamente un romanzo; è piuttosto la ricostruzione di un’immensa tela di ragno che Piero Trellini svela gradualmente, come illuminandola a poco a poco con una torcia.

by Giulio Pedani
Marzo 3, 2020
in Scritture, Società
Reading Time: 14 mins read
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Se persistesse ancora qualche pregiudizio: i bei libri di sport non sono mai solo libri di sport. O meglio: esistono libri che parlano solo di sport e riescono a essere molto belli, anche se questo probabilmente vale solo per i lettori che già apprezzano quel particolare sport trattato dal libro, o anche lo sport in generale, come chi non capisce nulla di sport ma adora sedersi a guardare Olimpiadi o Mondiali per via dei colori, della festosità e del folklore; ma i libri che, partendo da un fatto sportivo, riescono ad andare molto oltre, fino a raccontare un universo, è quasi fatale che acquistino una luce particolare, e che vengano apprezzati non solo da chi è devoto ai cinque cerchi di De Coubertin, ma anche, a seconda dei casi, da chi si interessa di politica, di psicologia, di geografia, di antropologia, di storia, di economia, di statistica, di rotte commerciali, di filosofia (quando non, semplicemente, di una storia umana raccontata bene): o persino di tutte queste cose assieme.

(Parlo di pregiudizi come se si trattasse di un argomento al centro del dibattito pubblico, di un tema su cui la gente si scanna ogni mattina addentando il cornetto – pardon, addentando la tastiera – ma naturalmente so che i suddetti pregiudizi restano riservati ai misteriosi Lettori Forti: che stando ai dati più recenti costituiscono il – 0,5 % (meno 0,5%) della società, sono andati cioè sotto zero, hanno iniziato a esistere al negativo, come un’emulsione fotosensibile o certi riflessi delle ombre, e i lettori di letteratura sportiva sono ancora meno, la particella corpuscolare di una nicchia comunque invisibile, diciamo un 5% del – 0,5%)

La letteratura ibridata con lo sport ha prodotto opere bellissime e radicalmente diverse. Basti qui citare:

Norman Mailer, La Sfida
David Peace, Il maledetto United
Sandro Modeo, Il Barça
Leonard Gardner, Città amara
Alan Sillitoe, La solitudine del maratoneta
Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
Osvaldo Soriano, Pensare con i piedi
Dino Buzzati al Giro d’Italia (clamorosa raccolta di articoli)
Cristiano Cavina, Un’ultima stagione da esordienti
Linus, Parli sempre di corsa (no, qui sto scherzando)
ma per fare cifra tonda, mettiamoci pure Febbre a 90′ di Nick Hornby, toh.

“Può il racconto di una partita di calcio, pur trattandosi di Italia-Brasile, e per di più al Mondiale, necessitare di 600 pagine?”
Dovessi darla a priori, la risposta sarebbe “ma pure il doppio”, e sarebbe certamente un giudizio fazioso, dal momento che per me meriterebbe 600 pagine anche Treviso-Livorno (serie c1) del 28 aprile 2002. (600? Almeno 700! La tifoseria più rossa d’Occidente che invade la Treviso leghista del sindaco Gentilini, quello che voleva “sparare agli immigrati come alle lepri”, la rete decisiva del grande Igor Protti, la promozione in serie B del Livorno dopo decenni, i cinquemila labronici impazziti che si accalcano gli uni sugli altri e ancora non sappiamo come non si siano schiacciati a vicenda trasformandosi in tonnellate di confettura, i giocatori amaranto che esultando scalano per diversi metri le recinzioni che dividono il campo dalla curva, ma d’accordo, adesso sto esagerando, torniamo a noi).

Eppure, riflettendoci a posteriori, cioè dopo aver letto La partita. Il romanzo di Italia-Brasile, devo comunque rispondere “ma pure il doppio”.
Le 600 pagine sono anche poche, perché, oltre a una partita leggendaria, già di suo ricca di spunti incredibili, gli oggetti della narrazione extra-sportiva sono incalcolabili, estremamente variegati, e ognuno, a suo modo, centrale.

La partita. Il romanzo di Italia-Brasile di Piero Trellini (Mondadori 2019 – Strade Blu. Fiction)

L’ arbitro che vide l’olocausto

Questo non è propriamente un romanzo; è piuttosto la ricostruzione di un’immensa tela di ragno che Piero Trellini svela gradualmente, come illuminandola a poco a poco con una torcia.
L’ordito è mostrato con lo stile asciutto dei resoconti di cronaca, ma riesce ad avere un taglio al tempo stesso chirurgico e sentimentale, e a congiungere – come se le evidenti corrispondenze fossero sempre state sotto gli occhi di tutti, e non le avessimo notate solo per nostra disattenzione – la Germania nazista e l’Impero mondiale delle calzature sportive, la Spagna delle macerie post-franchiste e i primi introiti pubblicitari del calcio televisivo globalizzato, la nascita del futebol nel Brasile post-schiavista e l’immigrazione italiana in Sudamerica, alcuni tra i migliori giornalisti/romanzieri italiani di fine anni 70 (Arpino, Soldati, Brera, Viola, Sconcerti, Tosatti) tratteggiati nel rapporto fra di loro e con il Mundial ‘82, il Palio di Siena e l’assegnazione dei Mondiali 1990 all’Italia, la nascita di Repubblica e le quote Fiat di Gheddafi; oltre naturalmente al ritratto delle decine di singoli protagonisti coinvolti a vario titolo in quell’epica partita, dai dirigenti, ai preparatori atletici, ai campioni sul prato.

La tela si completa alla fine del libro, assumendo un ulteriore slancio di senso con la bellissima nota conclusiva dell’autore: Trellini svela, uno per uno, i motivi personali per cui, fin da bambino, quell’Italia-Brasile ha preso per lui le sembianze di un prisma che ha rivolto i suoi raggi di luce verso tutti gli aspetti della vita, fino a saldarli negli anni tra loro e formare infine un’opera totale, il compendio di 40 anni di ricerche, l’impronta unica del suo passaggio al mondo.

Adesso, per farla breve – ma non proprio brevissima – ecco una selezione di dieci storie non banali che si trovano in questo libro:

Abraham Klein, l’arbitro che il 5 luglio 1982 dirigerà Italia-Brasile, nasce in Romania nel 1934. L’intera famiglia dei genitori viene deportata ad Auschwitz. Suo padre riesce a fuggire in Palestina. Sua madre, per salvare Abraham, che ha 4 anni, lo carica su un treno diretto in Olanda. Da solo, stremato e affamato, il bambino riesce ad arrivare a Alpedoorn. Rivedrà i genitori nel 1948, sei anni dopo, ad Haifa.

Nel giugno 1982, appena atterrato in Spagna per arbitrare il Mondiale, viene a sapere che Israele ha invaso il Libano, e suo figlio Amit, recluta israeliana, è già stato spedito al fronte. Accetterà di arbitrare Italia-Brasile solo dopo aver ricevuto una lettera dal figlio ancora vivo.

Brasiliano, Paulista, Italiano

Di colore rosso sono sia la brace (brasa, in portoghese) che la resina dei magnifici alberi sulle coste che apparvero come un miraggio ad Amerigo Vespucci e ai primi coloni. Ma Brasil era anche un luogo leggendario che gli antichi geografi giuravano esistesse oltre l’oceano visibile. Nel 1894, sei anni dopo l’abolizione della schiavitù, gli stati della neonata Repubblica Brasiliana, “dopo un primo test con i tedeschi, poco inclini a interagire con i locali”, iniziarono a promuovere l’immigrazione sussidiata delle famiglie italiane. 

In Italia spuntarono come funghi agenzie promotrici dell’emigrazione, e l’intera penisola venne percorsa da oltre 7000 agenti che, come il Postiglione di Pinocchio, dipingevano il Brasile come il Paese dei Balocchi, il Nuovo Eldorado, la terra dove tutti i sogni si potevano avverare, dove il clima tropicale portava benefici all’umore, il vitto abbondava, le ricchezze minerarie avrebbero permesso di vivere in castelli, la fauna esotica produceva meraviglia, la vegetazione era talmente florida da lasciare senza parole, un paese felice dove era possibile cavalcare una tartaruga o navigare su una foglia gigante.
Sempre nel 1894 Charles Miller, inglese di Southampton, organizzò la prima partita di calcio in Brasile, tra operai della ferrovia di San Paolo e lavoratori della compagnia del gas.

Gli italiani, che presto arrivarono a comporre un terzo della popolazione della metropoli paulista, furono i primi a fondare ovunque società di calcio e a diffondere nello sterminato paese il nuovo sport.

John Fitzgerald Kennedy, Licio Gelli e il colpo di stato del 1964

Nel 1962 l’American Chamber of Commerce e la First National Citybank creano l’IPES, un centro studi finanziato da trecento corporations statunitensi che ha l’obiettivo di penetrare nella società brasiliana per orientare l’opinione pubblica e favorire i propri interessi. Vengono cooptati direttori di radio, televisioni e giornali per diramare notizie manipolate relative a malgoverno, criminalità, costo della vita. 

Foto: Instituto Vladimir Herzog

Con l’aiuto di John Fitzgerald Kennedy, l’IPES riesce a creare un nuovo clima – lo stesso che arriverà anche in Italia, con il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli e della Loggia P2 – e preparare il terreno per il colpo di stato militare, che puntualmente avviene due anni dopo, la notte del 30 marzo 1964, proprio nelle settimane in cui il presidente “Jango” Goulart stava lanciando le riforme sociali che avrebbero forse cambiato le sorti del Brasile.

Il RAS della FIFA

Joao Havelange, l’Imperatore centenario, presidente della FIFA dal 1974 al 1998, più volte coinvolto in vicende di corruzione e tangenti, è stato uno degli uomini più potenti dello scorso secolo e forse il principale artefice della trasformazione del calcio in un’enorme multinazionale dove l’evento sportivo è appena uno spot di promozione del prodotto (fino ad aver divorato, con una capriola assurda, anche la lingua: oggi, di fronte a un gesto tecnico esaltante, a un’azione perfetta, a una rete eccezionale, i commentatori non trovano di meglio che dire “è uno spot per il calcio!”). Havelange nasce nel 1916. Suo padre, commerciante d’armi e di acciaio, quattro anni prima perde il treno per imbarcarsi sulla nave che dall’Inghilterra avrebbe dovuto portarlo a New York: il Titanic.

I Gallagher ce spicciano casa

Nel 1924 Adolf Dassler e il fratello Rudi, figli di un calzolaio, si rendono conto che non esistono scarpe adatte per chi fa sport. A Herzogenaurach, la loro cittadina in Baviera, fondano la Fabbrica di scarpe fratelli Dassler. Nel 1936 il campione nero Jesse Owens vince l’oro olimpico nella Berlino nazista correndo con scarpe appositamente realizzate per lui – con considerevole rischio – dalla Dassler. Nel 1943 l’azienda viene sequestrata e reindirizzata allo sforzo bellico. I Dassler sono guardati con sospetto sia dai nazisti (perché hanno aiutato un americano nero a battere gli atleti tedeschi) che dagli americani (perché hanno prodotto armi contro gli alleati). Ma gli stessi fratelli sono divisi: Rudi è convinto di essere stato incarcerato dagli americani a causa di una denuncia del fratello; Adolph crede che Rudi abbia insidiato sua moglie e che sia addirittura il vero padre di suo figlio Horst. Nel 1948 l’azienda chiude e ognuno dei due fratelli fonda la propria. Non si parleranno mai più. Verranno sepolti negli angoli più lontani dello stesso cimitero. Le aziende concorrenti da loro fondate, Adidas e Puma, sopravvivranno.

il Corriere della (Loggia) Nera

Il Corriere della Sera, nel piano della P2, dei servizi segreti e di parte della Democrazia Cristiana deve prendere tutt’altra direzione dopo gli anni “sovversivi” della gestione di Giulia Maria Crespi e della direzione di Piero Ottone. 

È per questo motivo che nel 1977 Gelli, in compagnia del braccio destro Umberto Ortolani, del banchiere Roberto Calvi, del presidente della Montedison Eugenio Cefis e delle casse dello IOR (la banca del Vaticano), ha solo bisogno di un ignaro editore che sia interessato all’acquisto, e trova nella famiglia Rizzoli il perfetto agnello sacrificale. Ai Rizzoli è presto chiaro che l’operazione è molto più onerosa del previsto. Devono cercare liquidità. La facilità con cui arrivano gli oltre 20 miliardi di lire non li fa sospettare che i fondi non siano del tutto disinteressati: i rubinetti li hanno aperti banche presiedute o dirette da affiliati alla P2. 

Andrea Rizzoli (figlio di Angelo, “il Cumenda”, fondatore ed ex dominus dell’impero Rizzoli), per riconoscenza verso il prestito, cede a Calvi l’80% delle quote, da riscattare dopo 3 anni a un valore maggiorato, e consegna in pratica l’azienda alla P2, permettendo la penetrazione della proprietà occulta in tutti i gangli editoriali e finanziari del gruppo: e questa è la situazione, nel cuore degli “anni di piombo” e subito prima del Riflusso, del principale quotidiano – e gruppo editoriale – italiano.

(Inciso: si sono chiuse proprio in questi giorni, senza particolari clamori mediatici, le nuove indagini sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 dove si stabilisce che Gelli, insieme ai vertici della sua associazione eversiva, ne è stato il mandante.)

Bearzot e Sivori quasi desaparecidos

Sempre nel 1977, di passaggio a Buenos Aires per il sorteggio dei gironi del Mundial dell’anno successivo – quello che si sarebbe giocato mentre a un chilometro dallo stadio Monumental centinaia di persone venivano torturate nella scuola militare dell’Esma – , Enzo Bearzot e il giornalista Giampaolo Ormezzano si ritrovano a cena in un ristorante della Boca con il Cabezon: il vecchio amico ed ex fuoriclasse Omar Sivori. Finiscono a parlare anche dei generali. Sivori dice di non credere alle voci sulla repressione militare, sul clima di terrore, sulle macchine senza targa che fanno sparire la gente. La serata prosegue e si spostano su una strada vicina, una via borghese, ricca di ville. Parcheggiano davanti a una gelateria. Dopo pochi secondi arriva sgommando una Ford Falcon. Non ha la targa. Scendono di corsa dei figuri con i mitra puntati sul gruppo di amici. Che appena si rendono conto della situazione, vanno nel panico. Si salvano solo perché un componente della squadraccia riconosce Bearzot: “è l’allenatore della Nazionale italiana”. Vengono lasciati andare. La gelateria si trovava nella strada delle ville di residenza dei generali della dittatura. Avevano parcheggiato sotto casa di Leopoldo Galtieri, numero due di Videla. Solo per un caso fortunato non sono stati fucilati da lontano e gettati nel fiume.

Artemio Franchi

Nel 1983 Artemio Franchi, il grande dirigente sportivo al quale sono oggi dedicati gli stadi di Firenze e Siena, da presidente dell’UEFA si trova a gestire le forti pressioni di Henry Kissinger che, fiutando il gigantesco affare, spinge per una prossima assegnazione dei Mondiali di calcio agli Stati Uniti. Gli americani propongono soluzioni rivolte puramente alla spettacolarizzazione commerciale del prodotto, come giocare sul tartan e alla luce artificiale, anche di giorno, in stadi coperti. Franchi replica che “non si può trasformare un campionato di calcio in un business pubblicitario fine a se stesso”, e che “lo sforzo è di far ospitare il Mondiale a una nazione africana; non sarà un grande business, ma lo sport non può vivere solo in funzione degli affari”. 

Franchi è senese, ed è anche capitano della contrada della Torre. Il 12 agosto 1983, impegnato nei preparativi del Palio dell’Assunta, muore in un incidente stradale le cui dinamiche resteranno non del tutto chiare. Il presidente FIFA Havelange assegna in suo onore all’Italia l’organizzazione dei Mondiali del 1990. Poco tempo dopo, gli Stati Uniti si assicurano i Mondiali del 1994 per tre soli voti di scarto sul Marocco. 

“Quello che… “

Beppe Viola: 
quello che alla Domenica Sportiva decide di non mandare in onda le immagini di un derby Inter-Milan appena finito, ma troppo brutto per essere vero (“vi trasmettiamo quello dell’anno scorso, almeno era calcio”);
quello che, costretto a commentare dei giochi sul ghiaccio, dice guardando in camera “vi farà meraviglia che io mi sia compromesso con una manifestazione del genere, ma sono un impiegato della RAI con figlie a carico”;
quello che intervista Gianni Rivera su un autobus pubblico;
quello che, rendendosi conto di essere un personaggio troppo atipico, dice “tengo duro per battere, modestamente, il record mondiale di mancata carriera”;
quello che siede con il centravanti della Nazionale Francesco Graziani nel ritiro azzurro e lo intervista così:
“Sfilati gli occhiali, che sei più bello.”
“In ritiro senza amore per tanto tempo, come ve la cavate?”
“Perdi i capelli, come mai?”;
quello che a Montecarlo blocca Luca di Montezemolo e, indicando la sua celebre chioma, gli fa “Allora, ci dica, Libera e Bella”. “Cosa intende dire, scusi?” replica attonito Montezemolo. “Ma sì”, spiega Viola scimmiottando il noto spot di uno shampoo dell’epoca, “libera dalla forfora, e bella nei capelli”.
“Vada via”.

Il Vecio non improvvisa

Una tifosa dell’Inter urlò al Vecio Enzo Bearzot “scimmione bastardo” perché non aveva convocato il fantasista nerazzurro Beccalossi. Bearzot le dette uno schiaffo. Poi disse “un padre è anche padre dei figli degli altri. Le ho dato uno sganassone così come avrei fatto con mia figlia”.

Gli epiteti che ricevette Bearzot, prima del Mondiale spagnolo e persino a Mondiale in corso, furono “scimpanzé”, “orango”, “direttore di un lebbrosario”, “vittima di un cortocircuito cerebrale”.

Enzo Bearzot disse “la mia grande passione è il jazz, in particolare il Dixieland. Se io ascolto I’m coming Virginia, il mio pezzo preferito di Bix Beiderbeck, mi vedo davanti agli occhi una straordinaria squadra di calcio. La batteria dà i tempi di fondo, un po’ come il regista che detta le cadenze del gioco, il sax può essere il fantasista, il contrabbasso è il libero, capace di difendere ma anche di offendere, la tromba è il goleador. Tu che dirigi fai in maniera che i singoli interpreti si muovano entro il filo conduttore della musica e si adattino di volta in volta al pezzo da suonare, così come alla partita da giocare. Ma sempre in funzione dell’assolo del solista, perché è quello che ti mette i brividi ed è grazie a quello che si vincono le partite”.

Gli chiesero anche come volesse essere ricordato. Rispose “come una persona perbene”.

Giulio Pedani
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Giulio Pedani (Siena nel 1981) lavora come guida ambientale escursionistica e come guida turistica, vorrebbe scrivere di notte ma ci riesce di rado, è autore e co-fondatore di Eccetera Magazine.

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